Qual è la sua prevalenza, nel mondo? É secondario a un modello genitoriale scadente o dipende da altri fattori? É possibile trattarlo con adeguata terapia e riportare il soggetto alla normalità?

Secondo Classificazione dei disturbi psichici e comportamentali nell’infanzia e nell’adolescenza a cura dell’OMS l’autismo è “una compromissione dello sviluppo che si manifesta prima dei tre anni di vita e da un tipo caratteristico di funzionamento anormale nelle aree dell’interazione sociale, della comunicazione e del comportamento che è limitato e ripetitivo”. Come riportato nella definizione, l’esordio è precoce, di solito entro i primi 2 – 3 anni di vita, e la sua prevalenza è in costante aumento. In Italia la prevalenza dell’autismo è ancora oggi ampiamente sottostimata, ma dallo studio di Besana in Piemonte risulta nella fascia 0-18 anni un tasso di prevalenza pari a 0,72 su 1000 e nella fascia 5-9 anni, un tasso di prevalenza pari a 1,03 su 1000. La sindrome tende a manifestarsi con maggior facilità in figli di padri ultraquarantenni e colpisce più frequentemente i maschi rispetto alle femmine, con un rapporto di 4 a 1. Si è inoltre osservata una significativa concordanza nei gemelli monozigoti, e se una coppia ha già concepito un figlio affetto da autismo, il rischio d’avere un altro figlio colpito dalla stessa sindrome è 20 volte più elevato rispetto alla popolazione generale. Il carattere peculiare dell’autismo è l’isolamento fisico ed emozionale che separa il soggetto dal resto del mondo. Spesso l’autistico non cerca l’attenzione dell’altro da sé – nei casi più gravi non riconosce nessuno, all’infuori di se stesso – non aggancia lo sguardo a quello dell’interlocutore, e non manifesta né interesse né capacità espressive, sia verbali che paraverbali. Un secondo sintomo caratteristico consiste nella standardizzazione della gestualità, che appare limitata, ripetitiva e monotona.

Esistono molti quadri del disturbo e nei casi meno gravi il soggetto è consapevole del mondo che lo circonda, ma lo percepisce come violento, molesto e pericoloso, e cerca riparo in una chiusura sempre più serrata, fino a diventare il guscio di se stesso. Secondo le ultime teorie, l’autismo non è la conseguenza di una relazione alterata con la figura materna (“madre frigorifero”), ma si configura come la via finale comune di situazioni patologiche di svariata natura e probabilmente con diversa eziologia. Le cause non sono ancora note, e sotto esame sono le vaccinazioni infantili, l’assunzione di farmaci o sostanze tossiche da parte della madre durante la gestazione e non ben precisate cause organiche.
L’autismo appare come una sindrome in cui i cinque sensi lavorano in modo incoerente e scoordinato l’uno dall’altro, solo parzialmente formati e non compresi, né gestiti dal paziente. Ad esempio, un soggetto autistico può percepire il ronzio di un elettrodomestico come un clangore insopportabile, che lacera le orecchie e lo fa impazzire. Come conseguenza, il soggetto si copre le orecchie o le percuote nella speranza di allontanare uno stimolo estremamente fastidioso. Anche i comportamenti stereotipati hanno una spiegazione logica, fondamentale da cogliere se si vuole riuscire a entrare in relazione con il soggetto. Se un soggetto autistico si autostimola, mettendosi le mani in bocca e manipolando la saliva, o dondolandosi emettendo vocalizzi, può significare o che è infastidito da qualcosa che lo circonda – musica, voci, luci, etc… – o che non sta trovando nulla d’interessante, attorno da sé, e preferisce ricercare una gratificazione in se stesso.
> É possibile guarire dall’autismo? Sì, ed è tanto più possibile quanto più precocemente s’interviene sul bambino, a patto che non sia affetto da un grave ritardo mentale. Se correttamente supportati, i soggetti normodotati riescono anche a conseguire la laurea universitaria. In taluni – rari – casi, si può scoprire che il bambino è un plusdotato, e che si è rinserrato in se stesso non per un deficit intellettivo ma, al contrario, per rifuggire un mondo in cui si sente inadeguato – un adulto nel corpo di un bambino. Caso clinico: M.A. si è accorta fin dalla nascita della sua secondogenita che qualcosa non andava nel modo giusto. La bambina, che chiamerò Clarissa, era dispnoica e sofferente, ma sia l’ostetrica che il ginecologo di turno non hanno confermato i suoi sospetti, sottovalutando la sua preoccupazione. In seguito all’intervento di altri tre specialisti, alla neonata è stata poi diagnosticata la “sindrome del polmone umido” con conseguente cerebropatia di grado medio-lieve e autismo infantile. Clarissa è cresciuta con evidenti deficit motori, visivi e legati al centro della parola. Alla madre è stato consigliato di rassegnarsi, perché la piccola non sarebbe mai guarita. «Questa bambina non imparerà mai a contare né ad allacciarsi le scarpe», le ripetevano medici e fisioterapisti. A disprezzo della gravità della diagnosi, M.A. non si mai arresa, ha sempre parlato alla bambina e giocato con lei, riuscendo a insegnarle le prime parole e a obbedire agli ordini semplici. Vestirla e toccarla era invece problematico, perché Clarissa urlava non appena la madre la sfiorava, mentre, a sorpresa, sembrava indifferente alle lesioni che si procurava, scalfendosi le braccia in profondità. Anche l’alimentazione era un dramma, perché la bambina non riusciva a utilizzare i muscoli facciali, in particolar modo quelli peribuccali, e non solo non assumeva il cibo in quantità adeguate, ma perdeva continuamente la saliva (Scialorrea).

Quando Clarissa ha ormai dieci anni, M.A. legge s’un giornale di ricamo la recensione di un libro scritto dalla mamma di una bambina autistica «Vestita di nuvole – Una storia d’amore e di speranza» edito dalla Sperling & Kupfer, ed è riuscita a entrare in contatto con una giornalista che l’ha indirizzata verso il metodo terapeutico Delacato. «Per me, mia figlia è nata il giorno della prima visita» dichiara M.A. «Gli anni a seguire sono stati pesanti, il metodo era impegnativo e mi costringeva a lavorare con lei almeno sei ore al giorno, facendole eseguire una serie di brevi esercizi mirati per risolvere il suo scoordinamento sensoriale, ma a poco a poco, la bambina ha iniziato a scoprire il mondo che la circondava e a interagire in modo diverso con se stessa e con noi. Se avessi conosciuto questo metodo quando Clarissa era ancora piccola, avrei faticato meno e mia figlia si sarebbe aperta al mondo molto prima.»

Ora, Clarissa è una giovane donna normodotata, che porta su sé, come unico segno visibile della lesione neuronale perinatale, soltanto una palpebra un po’ cadente. Persiste un danno parziale al nervo ottico, per cui le è stato sconsigliato di conseguire la patente. Nonostante questi piccoli problemi, si è diplomata, lavora e guarda alla vita con fiducia e speranza. La sua apertura al mondo e alle emozioni è completa. Il suo caso è solo uno dei tanti che si è concluso con un ottimo recupero di quelle autonomie che sembravano assenti durante l’età dello sviluppo. Non tutti, purtroppo, sono predisposti per un epilogo altrettanto felice, ma il mio messaggio, congiuntamente a quello di M.A., è un incitamento a non rassegnarsi mai.

Se guarire non si può, è possibile migliorare.
Sempre.

Fonte: www.laperfettaletizia.com

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