Resistono a tutti i farmaci. “Le soluzioni? Investimenti nella ricerca e terapie più mirate”.

Il mondo del cinema ci ha spesso abituati a pellicole dove un nutrito gruppo di scienziati è alle prese con una nuova epidemia mortale causata da batteri o virus resistenti a qualsiasi tipo di trattamento. Una finzione, quella sul grande schermo, che affascina, ma che al tempo stesso inquieta sempre di più. Sebbene gli scenari nel futuro prossimo non siano così apocalittici come nella fiction, il problema della crescente resistenza dei microrganismi agli antibiotici comincia a preoccupare seriamente i governi di mezzo mond o.

L’emergenza mondiale riguarda prima di tutto gli ospedali: negli ultimi tre anni, solo in Italia, la percentuale di pazienti che non rispondono ai farmaci più potenti per le infezioni da Klebsiella pneumoniae – un microrganismo responsabile a livello ospedaliero di gravi casi di setticemie – è passata di colpo dal 15 al 27 per cento. Un dato grave, sul quale gli studiosi si interrogano: ennesimo allarmismo, un po’ gonfiato, oppure campanello d’allarme di un trend molto più vasto?

Spiega Francesco Scaglione, direttore della Scuola di specializzazione in Farmacologia medica all’Università Statale di Milano: «La scoperta degli antibiotici è stata una vera e propria rivoluzione per la medicina. Grazie ad essi si è potuta abbassare drasticamente la mortalità dovuta alle più svariate infezioni batteriche. Armi molto potenti, che, però, negli ultimi anni, stanno sempre più perdendo d’efficacia a causa della progressiva selezione di popolazioni di microrganismi resistenti. Un problema che, se non affrontato per tempo, avrà serie ripercussioni sulla popolazione mondiale. Oggi siamo arrivati al punto di non avere più nuovi farmaci efficaci contro i batteri Gram negativi come la Klebsiella».

I dati a riguardo lasciano poco spazio alle interpretazioni: negli ultimi 15 anni il mondo farmaceutico è riuscito a produrre un unico nuovo antibiotico attivo contro la classe dei Gram negativi. Non solo, la situazione è così difficile che per combattere Klebsiella ed Escherichia coli – altro microrganismo coinvolto nelle più comuni infezioni ospedaliere – è stato rispolverato il vecchio farmaco colistina, abbandonato intorno negli Anni 70 a causa delle difficoltà di somministrazione.

Una situazione di potenziale pericolo che non ammette più di essere trascurata. «Il progressivo aumento del fenomeno di resistenza avrà come primo effetto quello di rendere più difficile ciò che in passato veniva considerato di routine. Penso alle persone in terapia intensiva, a quelle appena trapiantate oppure a chi è sottoposto alla chemioterapia. In tutti questi casi è fondamentale evitare infezioni e, qualora ci fossero, non avere più antibiotici efficaci sarebbe davvero un grosso problema», sottolinea Scaglione. Alcuni consulenti sanitari del governo inglese hanno affermato addirittura che i trapianti potrebbero diventare un lontano ricordo a causa dell’elevata mortalità post-operatoria.

Effetti, quelli della resistenza agli antibiotici, che si ripercuoteranno anche sulle già provate casse dei vari sistemi sanitari nazionali. In Italia, nel solo triennio 2008-2010, sono state contratte complessivamente circa due milioni di infezioni ospedaliere per un costo a carico del Servizio nazionale che oscilla tra 5 e i 10 miliardi di euro. A questi dati si va ad aggiungere quello più importante riguardante i decessi: 20 mila in appena tre anni.
Com e uscire dunque da questo stato di crescente «impasse»? «Anche se ricette miracolose non ce ne sono – continua Scaglione – è ora necessario attuare una serie di comportamenti che potrebbero portare a netti miglioramenti. Innanzitutto bisogna che l’industria del farmaco ritorni ad investire in ricerca e sviluppo nel settore degli antibiotici, un settore troppo spesso trascurato. Accanto a questo punto fondamentale credo, però, che agenzie come l’americana Food and Drug Administration e l’europea European Medicines Agency debbano necessariamente facilitare e snellire burocraticamente le procedure per lo sviluppo di nuovi farmaci» .

Ma se le industrie e i governi dovranno fare la loro parte anche il personale sanitario non potrà sottrarsi dalla necessità di cambiare rotta. «Se siamo arrivati a questa situazione, è anche per il cattivo uso che si è fatto degli antibiotici. In futuro dovremo stare più attenti sia alle dosi da somministrare sia alle possibili combinazioni. Ecco perché auspico che negli ospedali vengano organizzati dei corsi mirati per il personale sanitario», conclude Scaglione.

Intanto, in attesa del cambio di rotta, qualche buona notizia arriva dal fronte della ricerca. Uno studio pubblicato poche settimane fa sulle pagine del «New England Journal of Medicine» ha mostrato come una piccola ma semplice precauzione possa aiutare a ridurre l’incidenza delle infezioni ospedaliere. Lavando quotidianamente i malati con salviettine imbevute di clorexidina – un disinfettante ampiamente utilizzato – le infezioni causate dai microrganismi resistenti agli antibiotici si sono ridotte del 23%. Un buon «tampone» nella speranza che nel prossimo futuro vengano sviluppati nuovi antibiotici, più potenti di quelli attuali.

Fonte: www.lastampa.it

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