Uno dei punti di forza dei farmaci equivalenti è il loro prezzo, inferiore a quello dei medicinali “griffati”. Ma a volte può succedere che, tutto sommato, il costo della terapia sia superiore.

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Sembra un paradosso: il prezzo del generico in questione è sensibilmente inferiore a quello del farmaco di marca, ma curare un paziente con il primo costa di più che con il secondo. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il farmaco è la levotiroxina, largamente utilizzato nelle malattie della tiroide, il cui brevetto è scaduto ed è pertanto diventato di “libera” produzione.
A portare il caso all’attenzione dell’opinione pubblica sono stati, con un documento congiunto, gli specialisti del settore, in occasione del congresso dell’Associazione italiana della tiroide (Ait), a Roma dal 5 al 7 dicembre.
Il fatto è che l’Aifa, la nostra autorità regolatoria in materia di farmaci, a metà dello scorso novembre ha inserito la levotiroxina generica nella lista di trasparenza, con un test ormonale da eseguite con maggior frequenza (praticamente il doppio) rispetto all’originale e raccomandando anche particolare attenzione per alcune categorie di persone come, per esempio le donne in gravidanza.. La ragione è che, come ha sostenuto Roberto Castello, presidente dell’Associazione italiana medici endocrinologici, il farmaco equivalente (o “generico”, secondo una vecchia e ancora diffusa definizione) « è considerato tale se ha una biodisponibilità maggiore o minore del 20% rispetto all’originale, una differenza che nel caso delle malattie della tiroide, dove è fondamentale la precisione dei livelli ormonali che si ottengono, si traduce in variazioni dell’efficacia». Inoltre, ha aggiunto Castello « abbiamo stimato che il generico farebbe risparmiare circa 30 milioni di euro l’anno, ma per i test aggiuntivi servirà una cifra tra i 20 e i 40 milioni in più». Insomma, fatti i conti, una terapia con la levotiroxina generica al Ssn non converrebbe affatto.
Senza contare le possibili ripercussioni sull’efficacia terapeutica, per cui gli esperti raccomandano di non cambiare dal “griffato” al generico in corso di terapia, ma semmai di utilizzare il secondo solo quando la cura viene iniziata per la prima volta. Proprio per questo, gli specialisti chiedono ai loro colleghi di scrivere sulla ricetta che il farmaco prescritto non è sostituibile con il generico.
Tutti, comunque, hanno tenuto a sottolineare che questa presa di posizione (suffragata anche da studi internazionali, assicurano) non è affatto un attacco al farmaco equivalente tout court che, anzi, per lo stesso Castello, rappresenta «una grande occasione di risparmio». Attacco magari no, ma, in questa fattispecie, appare comunque piuttosto evidente una “calda raccomandazione” a evitarlo.
D’altronde, sebbene i costi del farmaco e dei test siano in questo caso decisamente contenuti, il fatto che vadano moltiplicati per la numerosa coorte di pazienti rende tutt’altro che insignificante il risultato complessivo. Gli italiani che soffrono di malattie della tiroide sono infatti circa sei milioni, con alcune aree geografiche nelle quali raggiungono quasi un terzo della popolazione.
«Le malattie legate alla carenza di iodio, come il gozzo, stanno diminuendo nel nostro Paese, anche se rimangono delle zone in cui l’incidenza è alta – ha sottolineato Gianfranco Fenzi, presidente dell’Ait – mentre aumentano quelle autoimmuni come l’ipotiroidismo, che colpisce il 5% delle donne e l’1% degli uomini». E anche i tumori di questa ghiandola sono sempre di più. «Negli ultimi trent’anni – ha sottolineato Paolo Vitti, professore di Endocrinologia all’Università di Pisa – sono quasi triplicate le diagnosi di cancro della tiroide». Per un aumento reale o per le migliorate capacità di diagnosi? «Probabilmente per entrambe le cose», risponde Vitti.
La legge del 2005 che introduce l’obbligo di vendita del sale iodato nella grande distribuzione «sta dando frutti – osserva Lenzi – ma ora bisogna fare in modo che lo si usi anche nella conservazione degli alimenti e nell’alimentazione animale». Proprio la iodoprofilassi, che può prevenire il gozzo e i noduli tiroidei che a loro volta possono originare il cancro, è argomento di una delle sessioni del congresso. «Il messaggio è che bisogna consumare poco sale, ma iodato – ha spiegato infine Paolo Beck-Peccoz, presidente eletto dell’associazione – incentivando il consumo di pesce, che è naturalmente ricco di iodio».
La replica di Assogenerici – «Le dichiarazioni uscite dal Congresso dell’Associazione Italiana Tiroide a proposito dei farmaci equivalenti ripropongono un tipo di argomentazione che a tutto serve salvo che a fare chiarezza» è la replica di Enrique Häusermann, presidente di AssoGenerici, l’associazione dei produttori del settore. «Per cominciare – sostiene Häusermann in un comunicato – non è corretto dire che il generico, in questo caso della tiroxina, ma il discorso vale per qualsiasi medicinale generico, non ha provato la sua equivalenza. L’equivalenza, se il farmaco è stato autorizzato, è già provata in base ai criteri universalmente accettati da tutte le agenzie regolatorie del mondo; se invece si tratta di differenze in ambito clinico, cioè nell’impiego su un vasto numero di pazienti, sarebbe il caso di provarle dati alla mano e non limitarsi a parlare di fantomatiche “segnalazioni di pazienti”. In questo senso – prosegue Häusermann – ben venga il recepimento delle direttive europee sulla farmacovigilanza, che prevedono anche le segnalazioni dell’inefficacia di un farmaco da parte di tutti i soggetti: siamo certi che sulla base di dati documentati gli equivalenti non abbiano nulla da temere». Quanto alla continuità terapeutica, prosegue il comunicato, AssoGenerici «ha sempre concordato sul fatto che, soprattutto quando si tratta di pazienti particolarmente complessi, è bene proseguire con il farmaco con cui la terapia è stata iniziata con soddisfazione e che i cambiamenti vadano adeguatamente monitorati, ma questo nulla ha a che vedere con il fatto che quando la terapia viene avviata si può cominciare senza timori di sorta con il farmaco equivalente». AssoGenerici, infine, «auspica che queste nozioni basilari, che sono patrimonio comune in tutta Europa, vengano finalmente condivise anche dalla comunità medica italiana nella sua interezza».

Fonte: healthdesk.it

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