Alle Commissioni riunite Affari Sociali e Bilancio della Camera le audizioni di Farmindustria, Assogenerici e Assobiotec che chiedono “regole certe e meno burocrazia”. Audita anche la Favo (malati cancro) e i rappresentanti dell’associazione fondata tra gli altri da Giovanni Berlinguer.

29 LUG – Quello del farmaco, con la sua dote di innovazione e ricerca, è uno dei settori di punta del nostro Paese. Un settore che funziona e che rappresenta un’eccellenza. Eppure, nonostante ciò, non viene agevolato dallo Stato che anzi tra burocrazia, vincoli economici, tassazione e mancanza di regole certe, crea crescenti difficoltà al settore.

Queste sono alcune delle criticità che Farmindustria, Assogenerici e Assobiotec-Federchimica hanno rappresentato nel davanti alle Commissioni riunite Bilancio e Affari Sociali della Camera nel corso dell’Indagine conoscitiva sulla sfida della tutela della salute tra nuove esigenze del sistema sanitario e obiettivi di finanza pubblica.

In particolare Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, ha riferito che Farmindutria ha più di “200 associati su tutto il territorio, 174 fabbriche, e impieghiamo 63500 addetti di cui circa 6000 in ricerca e sviluppo e produciamo per un valore di circa 26miliardi di euro, di cui il 67% destinato all’export che è in crescita”.
Gli investimenti in ricerca sono pari a 2miliardi e mezzo, di cui il 50% in ricerca diretta, l’altro 50% in sistemi innovativi. “Siamo secondi solo alla Germania per presenza industriale e primi in Europa per la produttività per addetto”.
Negli ultimi 20 anni grazie alla ricerca ogni 4 mesi di vita ne abbiamo guadagnato uno, in più oltre il 90% della ricerca in Italia è finanziata dal privato”.

Nonostante il farmaceutico sia un settore che “investe, innova ed è competitivo. Abbiamo – ha aggiunto Scaccabarozzi – però problemi con i tempi di accesso all’innovazione che sono oltre due anni rispetto alla media europea e questo significa che quando l’Aifa approva un farmaco i cittadini lo hanno a disposizione due anni e mezzo dopo a causa dei tempi negoziazione prezzo con l’Agenzia, e poi “grazia al fatto che siamo uno stato federale” ci sono ventuno sistemi sanitari regionali con elativi prontuari regioni “e di conseguenza una volta che il farmaco è stato approvato e il prezzo negoziato con l’Aifa sono necessarie 21 procedure diverse” affinché ogni regione lo metta a disposizione del proprio prontuario con tempi diversi, “mediamente 305 giorni”.

Rispetto agli altri paesi europei di riferimento Francia, Germania, Inghilterra e Spagna se vediamo i farmaci nuovi lanciati “abbiamo un 24% di presenza in meno nei mercati di questi paesi” e se andiamo a vedere quanti di questi farmaci sono stati lanciati, l’Italia ne ha immessi 14 contro numeri superiori da parte degli altri Paesi. I prezzi medi dei farmaci in Italia, ha ricardato il presidente di Farmindustria, sono più bassi grazie alla negoziazione con l’Aifa che impedisce il prezzo libero. In più il nostro è il Paese con più condizioni limitanti l’accesso.

Quattro proposte vista la situazione del mercato: “abbiamo subito oltre 40 manovre in dieci anni che hanno limitato la spesa quindi chiediamo un paeriodo di stabilità e di certezza delle regole che non possono cambiare ogni due mesi costringendoci di continuo a rivedere i piani industriali. Ci rendiamo conto delle difficoltà dello Stato chiediamo innanzittutto una cabian di regia che non veda solo il ministero della Salute, ma anche il ministero dello Sviluppo Economico e il ministero del Lavoro” questo perché un risparmio sulla spesa sanitaria può portare ad una riduzione degli investimenti con conseguenze anche per l’occupazione”.

Seconda proposta di Farmindustria è “l’ottimizzazione della spesa sanitaria nel suo insieme. Nel nostro settore c’è una governance assoluta per cui ad inizio anno si sa quanto andrà a spendere nell’anno in corso grazie alla fissazione del tetto di spesa farmaceutica, sulla spesa sanitaria, 11,35%,. Quando si sfora le aziende sono chiamate a ripianare l’eccedenza di spesa. Questo è l’unico settore che ha questo vincolo. Il nostro è il settore che viene più penalizzato. pur rappresentando il 14% della spesa sanitaria, mettendo insieme territoriale e ospedaliera, abbiamo assorbito oltre il 30% delle manovre. E mentre la spesa sanitaria, ad esempio in beni e servizi, è in crescita, quella farmaceutica è da qualche anno in contrazione con spesa pro-capite più bassa rispetto alla media Ue. Chiediamo quindi un intervento nella governance globale come è stato fatto in questi anni nel nostro settore.

Chiediamo che a livello regionale la spesa farmaceutica, che è unica, che è standard essendo negoziata con l’Aifa, che sia riportata un prezzo unico nazionale.
Ultima proposta sulla sostenibilità “Chiediamo di considerare anche la possibilità dei fondi integrativi” in questo modo si potrebbe “indirizzare meglio la spesa privata” si aiuterebbe lo Stato a sostenere la spesa che è in crescita con una situazione demografica preoccupante e una situazione di Pil altrettanto preoccupante.

Stabilità e certezza delle regole sono gli stessi punti sottolineati da Michele Uda, direttore generale di Assogenerici. “Chiediamo di non essere più presi di mira in maniera schizofrenica com’è successo finora”. Venendo al tema dell’indagine Uda ha ribadito come i generici non possono essere la soluzione di tutti i mali però “sicuramente possono dare un contributo. Questo si”. L’anno scorso ha ricordato Uda il Parlamento ha approvato una norma “epocale” l’obbligo di prescrizione per principio attivo”. Che ha comportato un “salto culturale”. Il settore ha dei numeri importanti: 50 aziende, 37 siti produttivi e 12mila addetti. È un settore giovane, in crescita il cui futuro è legato alla ricerca. E su questo Uda ha chiesto una presa di coscienza da parte delle istituzioni “finche non si investono i risparmi derivanti dai generici, sulla ricerca difficilmente questa parte del settore farmaceutico potrà sopravvivere”.

Il direttore generale di Assogenerici ha poi aggiunto che “negli ultimi quattro anni grazie ai generici si è risparmiato oltre 1,5 miliardi di euro. Risorse importanti e solo in parte reimmesse in circolazione”.
Nelle proposte di legislatura che l’Associazione ha suggerito al Parlamento: c’è il tema del Payback, “è incredibilmente assurdo che il settore sia sottoposto a queste regole ma ancora più assurdo è il fatto che lo siano i farmaci generici che fanno scendere la spesa”. Il secondo punto è dato dal legame tra la scadenza brevettuale dei farmaci e l’immissione nel mercato dei generici, tema particolarmente complesso. Ultimo punto su cui ha richiamato l’attenzione dei parlamentari presenti è “il Titolo V. questo paese ha un occasione importante di metter mani ad un sistema che è stato provato e testato in questi ultimi anni. Per la farmaceutica è giunto il momento di portarla fuori dal Titolo V cercando di accentrare il più possibile nelle istituzioni, Ministero e Aifa che in questo momento sovraintendono la regolazione del farmaco”.

Ancora sulla tassa dell’1,83% che le aziende continuano a pagare ogni mese, una tassa che Uda definisce “iniqua” imposta solo alla farmaceutica e per questo invita le commissioni a “fare in modo che questa tassa venga restituita alle aziende, in un momento in cui c’è difficoltà di accesso al credito attraverso un’opera di compensazione”.

Infine la burocrazia. Troppa, impedisce di lavorare al punto che un “imprenditore che dovesse decidere di avviare una linea produttiva in questo settore probabilmente lo farebbe in un altro Paese”.

Innovazione è il nostro motore, ha spiegato Antonio Tosco, rappresentante di Assobiotec-Federchimica. “Innovazione come punto di crescita perché nei farmaci biologici l’innovazione significa ricerca. Dall’idea di un farmaco alla sua immissione nel mercato ci voglio circa 10/11 anni”. Gli addetti del settore “sono molto giovani e qualificati, e le spese per la ricerca e lo sviluppo sono il 45% settore”. Che quindi si presenta come altamente innovativo. “Assobiotech – ha ricordato Tosco – rappresenta tutto il viaggio del farmaco: quello che va dalla sperimentazione, fino all’ultimo passaggio che è la commercializzazione”.

“Le cifre impiegate poi nella ricerca sono imponenti legate agli studi clinici. Per sostenere l’innovazione abbiamo bisogno di regole certe che ci consentano di lavorare nel medio e lungo temine, e di un po’ meno di burocrazia. Stiamo perdendo terreno nella attività cliniche, negli ultimi tre anni le attività cliniche sono diminuite di circa il 25%”.

Ultimo aspetto importate per Tosco è quello dell’accesso. “Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi Ue per portare un prodotto ai nostri pazienti. quando poi ci riusciamo, chiudendo tutte le trattative con Aifa, ricominciamo da zero perché gli stessi dossier di rimborsabilità devono essere sottoposti alle 21 regioni”. I tempi dei pagamenti continuano ad essere “un problema ci sono dei casi in cui ridiamo indietro i soldi prima ancora di averli ricevuti”.

Esaurita la parte dedicata alla filiera del farmaco è stata audita la Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, Favo e l’Osservatorio italiano salute globale. Per la Favo, è intervenuto il suo presidente Francesco De Lorenzo, che ha rimarcato l’importanza dell’iniziativa del governo sui tempi più brevi per l’immissione in commercio dei farmaci innovativi. In questo modo si è posta “fine ad una condizione di disparità che si era venuta a creare a seguito del decreto Balduzzi sulla disponibilità dei farmaci innovativi per la cura dei malati di cancro”.

De Lorenzo ha ricordato i numeri drammatici legati all’oncologia “1000 nuove diagnosi ogni giorno” sottolineando però che “si muore di meno anche se ci si ammala di più”. Con un costo economico importante “8 miliardi di euro, 26 mila euro l’anno per malato”. Il problema dei tumori va dunque “affrontato globalmente per ridurre il carico di malattia che rappresenta la nuova disabilità di massa”. Con effetti devastanti anche per l’Inps.
Il presidente della Favo ha dunque illustrato alcuni ambiti su cui intervenire per rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse. Ma non certo con la spending review i cui tagli lineari “mettono a rischio l’assistenza oncologica, che è già carente in diverse regioni”.

Il “30% dei malati – ha affermato De Lorenzo – muore nei reparti per acuti e questo ha dei costi elevati, ma avviene perché non esiste l’assistenza domiciliare. I Lea non garantiscono l’Assistenza e il peso passa alle famiglie”. Per la Favo occorre dare sviluppo alla rete dei tumori rari” che rappresenta il 20% del panorama oncologico. E poi la riabilitazione “dobbiamo insistere perché non esiste la riabilitazione oncologia, un progetto chiuso in un cassetto del ministero della Salute. Pochissime Regioni hanno attivato la rete per i tumori rari, inoltre non esiste la riabilitazione oncologica e ci sono forti disparità tra le regioni per quanto riguarda la disponibilità di hospice e di reparti di radioterapia”.

“Siamo preoccupati – ha aggiunto De Lorenzo – per l’andamento crescente dei tagli lineari, che rischia di penalizzare di più proprio i malati oncologici”. Ultimo ambito su cui intervenire per il presidente della Favo è “dare un’accelerazione al Fasciolo sanitario elettronico questo permetterebbe cure più efficaci e mirate in grado di garantire la continuità assistenziale sul territorio”

Preoccupazione per il futuro della sostenibilità del Ssn è stata espressa anche da Gavino Macciocco dell’Osservatorio italiano salute globale, soprattutto per l’aumento previsto dell’incidenza delle malattie croniche. “Per il momento siamo ai livelli degli altri paesi – ha spiegato – ma ad esempio sull’obesità infantile siamo secondi solo agli Usa, e questo comporterà un maggior tasso di malattie croniche in futuro”.

Fonte: www.quotidianosanita.it

Share